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Quando ho letto il titolo dell'Adige «Violenze in casa di riposo» ho ricevuto un colpo allo stomaco e la prima reazione è stata: non può essere da noi in Trentino. Passata la sensazione da doccia fredda, credo necessario sviluppare alcune riflessioni al di la di come la cosa si svilupperà dal punto di vista giuridico-legale. Se responsabilità ci sono è giusto che vengano perseguite. 

La prima: è ora di smetterla di usare giudizi autoreferenziali come troppo spesso sentiamo risuonare nell'ambiente delle Residenze Sanitarie Assistenziali del tipo il nostro sistema è il migliore o fra i migliori d'Italia e in linea con i punti più avanzati d'Europa. Forse avremo strutture edilizie, fabbricati più che decorosi però a volte architettonicamente belli, ma poco funzionali e molto dispendiosi in termini di costi gestionali. Ma l'anziano ospite non ha bisogno solo di ambienti decorosi.

Ha bisogno soprattutto di assistenza adeguata. Meno arie da primi della classe e un po' di umiltà.
La seconda: Gli operatori svolgono un ruolo fondamentale nel garantire qualità delle prestazioni e nello specifico svolgono un lavoro difficilissimo. Sappiamo tutti che le patologie presenti da qualche anno all'interno delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) sono profondamente cambiate rispetto a qualche anno fa; è nota l'alta incidenza delle demenze vascolari o Alzheimer rispetto al numero degli ospiti; è nota il costante aumento della gravità della non autosufficienza e delle pluripatologie e della malattie cronico-degenerative. In questo «mondo» l'operatore è immerso durante tutto il suo turno di lavoro e quindi non è del tutto improbabile che vi siano momenti di difficoltà e stress.

 

Quindi vanno aiutati, sorretti, motivati attraverso percorsi formativi specifici che arricchiscano la loro «cassetta degli attrezzi» per poter far fronte meglio e con maggiore capacità alle domande di assistenza sempre più impegnative. Ma non basta dobbiamo sostenerli offrendo loro momenti di colloquio di gruppo o singolo con la figura dello psicologo che opera all'interno delle Rsa, dobbiamo periodicamente verificare (misurare) il livello di stress accumulato attraverso l'applicazione di apposite scale valutative. La reazione sbagliata nei confronti di un ospite (escludendo le situazioni patologiche) è un grido di aiuto che va colto prima che sfoci in reazioni improprie.
La terza: L'ospite, l'anziano non autosufficiente nonostante la letteratura ci ricordi che nel percorso del «prendersi cura»  deve rimanere sempre al centro della nostra attenzione del nostro agire, spesso rappresenta l'anello debole della catena. La sua frequente incapacità, causa la malattia, di esprimere compiutamente e nelle modalità relazionali convenzionali ciò di cui ha bisogno o il livello di gradimento di un nostro approccio, tende a far diminuire quella attenzione di centralità del soggetto per farla scivolare in una sorta di «periferia» dei diritti. Guai abbassare la guardia rispetto ai diritti della persona, guai sminuire la dignità della persona in qualsiasi stato psicofisico si trovi.

 

Qui non ci sono solo lo sgarbo, la battuta infelice, la «movimentazione» poco rispettosa o attenta alla sofferenza di dover dipendere per tutto o quasi tutto da una terza persona, se si abbassa quella guardia dei diritti inviolabili della persona, anche la contenzione fisica o farmacologica diventa una violazione della libertà della persona. La persona non autosufficiente di qualsiasi età confusa o con demenza di Alzheimer è e rimane a tutti gli effetti una persona con tutta la sua dignità e diritti.
L'ultima, i familiari: anche qui la letteratura dei percorsi di cura ci ricorda quanto importante sia il ruolo del familiare, ma anche qui in questa vicenda sembrano marginali rispetto all'organizzazione. Perché ricorrere al giudice e non confrontarsi con operatori e responsabili, perché non verificare innanzitutto con loro eventuali responsabilità e trovare insieme il giusto rimedio. Appare una sorta di carenza di fiducia, una difficoltà oggettiva ad individuare referenti interni alla Rsa disponibili all'ascolto. Anche in questo caso va recuperato un ruolo garantendo forme di contatto e partecipazione che riescano a coinvolgere concretamente il familiare nei complessi percorsi di cura. Va garantito loro ampio spazio di intervento in modo da poter effettivamente assumere responsabilmente la funzione di coprotagonista in un percorso difficile ove i legami affettivi devono poter trovare uno spazio di espressione  insieme agli interventi più «specialistici» dell'operatore assistenziale secondo le varie professionalità.

Questa vicenda dovrebbe suggerire a tutti noi operatori-amministratori del settore che è forse giunto il tempo di passare da valutazioni quantitative a valutazioni qualitative dei livelli di assistenza che oggi riusciamo a garantire ai crescenti e diversificati bisogni espressi dalla non autosufficienza.

 

Renzo Dori
Presidente Azienda Pubblica Servizi alla Persona Grazioli di Povo

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