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Gli anniversari rappresentano sempre più spesso (e non sempre a proposito) l'occasione per riletture e revisioni di fatti ed avvenimenti che hanno segnato la storia e le memorie, personali e collettive, di una o più generazioni. Non fa eccezione un anniversario come quello – in questo caso il 50° - dell'assassinio di John F. Kennedy. Un evento assurto a simbolo di un'epoca, la cui portata è ancor più esaltata dall'opacità che ancora oggi avvolge il reale svolgimento (a parte l'indubitabile decesso dell'interessato) dei fatti e dal mancato accertamento della verità rispetto alle responsabilità dell'omicidio. Pochi giorni fa su queste pagine (l'Adige del 14 novembre) Giuliano Beltrami rievocava un particolare legato a quell'avvenimento, in qualche modo riferito al Trentino. Riprendendo una notizia lanciata al tempo dei fatti da Piero Agostini, l'articolo si riferiva al fucile di Lee Harvey Oswald (presunto assassino di Kennedy). L'arma che avrebbe colpito il presidente della nuova frontiera sarebbe stato un fucile Modello 91 di fabbricazione italiana, dismesso nel 1958 dalle forze armate e modificato a Storo presso lo stabilimento Riva (che lavorava per il Gruppo Beretta della vicina Valtrompia), per poi essere immesso sul mercato statunitense quale arma da caccia o da tiro a segno.
Nel corso dell'indagine condotta dai due giornalisti della «Stampa» Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari, confluita nel volume «L'Italia vista dalla Cia 1948-2004» (Laterza, 2005), è emersa l'esistenza, presso gli archivi governativi statunitensi, di una corrispondenza – datata al periodo immediatamente successivo l'omicidio di Dallas e recentemente desecretata – tra l'allora ministro della difesa italiano Giulio Andreotti ed i vertici della Cia, con la richiesta di informazioni relative alla provenienza dell'arma. Tale richiesta fu avanzata dal ministro italiano, suscitando nell'intelligence americana non poche perplessità e  interrogativi.
Una verifica presso l'archivio personale del politico italiano, oggi conservato all'Istituto Luigi Sturzo di Roma, ci permette forse di fare luce rispetto all'origine ed alle cause di quella richiesta, e di avanzare qualche ipotesi a riguardo.
Tra la sterminata mole di documenti lasciata in eredità da Andreotti, la corposa sezione dedicata ai rapporti con gli Stati Uniti (e spesso con i loro presidenti) contiene un fascicolo riferito alla questione dell'arma che – presumibilmente - uccise Kennedy. Sfogliando il fascicolo ci si rende conto di come quest'ultimo avverbio sia stato usato fin dai giorni successivi ai fatti di Dallas da più di un cronista e commentatore, anche in Italia. All'interno della carpetta diligentemente istruita dalla segreteria del ministro, tre ritagli di giornale con altrettanti articoli apparsi sull'«Unità» il 25 novembre 1963, sulla «Nazione» del giorno successivo, sul «Messaggero» del 27. In particolare l'articolo del quotidiano del Partito comunista, dal titolo «Kennedy ucciso con un fucile Modello 91» risulta attentamente sottolineato nei passi che descrivono l'arma, le sue caratteristiche, la sua evoluzione nel tempo e le modalità con le quali arrivò al mercato americano.
Il giorno dopo il quotidiano di Firenze confermava - dopo verifica presso la ditta Karin di Chicago - l'acquisto per corrispondenza del fucile da parte di Oswald; ma, interpellati alcuni esperti, metteva seriamente in dubbio che l'arma italiana – viste le sue caratteristiche meccaniche - fosse in grado di esplodere i tre colpi in rapida successione alla volta del corteo presidenziale. La precisione e la rapidità del tiro richieste dal contesto facevano propendere gli esperti per la presenza di un'arma automatica tipo il Mauser tedesco o equivalenti. Tesi ripresa dal quotidiano di Roma il giorno successivo. Interpellando e facendo proprio il parere del campione olimpionico di tiro con la carabina Hubert Hammer, si avanzava l'ipotesi che a sparare ci fossero almeno due persone.
Fin qui la cronaca, esperibile in qualunque biblioteca che conservi le collezioni dei giornali. Nel fascicolo d'archivio citato è presente una relazione, datata 28 novembre 1963, dal titolo «Notizia sull'arma che si presume sia stata usata per l'uccisione del presidente Kennedy». Il dossier, anonimo ma con aspetti formali, linguaggio e contenuti che si possono verosimilmente ricondurre ai servizi di sicurezza, fa esplicito riferimento a quanto pubblicato sulla stampa italiana ed internazionale a proposito della provenienza del famoso fucile nei giorni precedenti. Segue un'attenta e particolareggiata descrizione tecnica e storica dell'arma in tutte le sue parti, una memoria circa le modalità di dismissione da parte dell'amministrazione militare italiana e di esportazione presso gli acquirenti esteri. In queste righe anche un riferimento al laboratorio di Storo che, per conto della ditta Adam Consolidated Industries di New York, avrebbe modificato i 100.000 fucili dismessi per «renderli più presentabili alla clientela americana». Le armi, acquistate «all'ingrosso» dalla Adam per un prezzo oscillante tra 1.10 e 7.35 $ al pezzo (a seconda dello stato), sarebbero state rivendute sul mercato americano tra i 9.95 e i 29.95 $.
Il primo contingente di 7000 pezzi del modello 91 rivenduti negli Usa presentava tuttavia non pochi problemi di funzionamento (non è dato sapere se anche grazie alle modifiche «trentine»), spesso con conseguenze letali per egli utilizzatori. Ne seguì il ritiro della partita dal mercato e l'avvio di una vertenza tra la ditta e l'amministrazione militare italiana, per inadempienza del contratto.
Ecco forse svelarsi - seppur tra le righe - la causa di tale interessamento da parte del ministro della difesa italiano. Forse, almeno per questa volta, sarà possibile diradare il fitto alone di mistero e gli automatici riferimenti a scenari di complotto che spesso aleggiano attorno alla figura di Giulio Andreotti. Anche a questo possono servire gli archivi...
 

Maurizio Gentilini 

Storico, archivista e ricercatore di Rovereto, attualmente a Roma al CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche

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