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I vescovi di fronte alla pedofilia del clero

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La questione della pedofilia del clero - in particolare l’obbligo del vescovo di denunciare alla magistratura un prete reo di questo “delitto” - è al centro dell’Assemblea generale della Cei che oggi, ascoltato un discorso pubblico del papa, si riunirà con lui a porte chiuse (i lavori si concludono giovedì).

Forse anche meditando su quanto accaduto a Varsavia.
I vescovi dovranno valutare le Linee guida per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa: sul tema l’episcopato si è già pronunciato ma, ora, deve affrontare due temi-chiave, finora sempre rinviati. Il primo: il vescovo, nel caso in cui gli consti con certezza morale che un prete ha abusato di un minore, è “obbligato”, e non soltanto “consigliato”, come era finora la prassi, a denunciarlo alla competente autorità civile? E l’altra decisione da prendere è l’eventuale istituzione in ogni diocesi – come già da anni sta facendo quella di Bolzano – di un “numero verde” al quale le vittime possano adire, con l’anonimato garantito, sicure di essere aiutate.

Queste riforme, attese per concretizzare la “tolleranza zero” annunciata dalla CEI, sull’input di Francesco, dovrebbero portare ad una “mappatura” delle violenze sessuali del clero su minori, a partire da cinquant’anni fa ad oggi, sempre che gli archivi ecclesiastici lo permettano. Questa inchiesta potrebbe provare che il numero dei “reati” è minore di quello ipotizzato da alcuni media, ma  più alto di quello minimizzante diffuso da ambienti ecclesiastici.  

Come – per fare un paragone che aiuta a situare il problema – è avvenuto in Polonia.
Nella patria di Giovanni Paolo II è uscito da poco un documentario, intitolato “Tylko nie mów nikomu” (Non dirlo a nessuno), visto finora da un quarto dei trentotto milioni di abitanti del paese: in esso, basandosi su molte testimonianze, si sostiene che tra il 1990 e il 2018 sono state 625 le vittime – bambine, bambini e adolescenti – di 382 preti. Un numero, quest’ultimo, relativamente modesto, tenuto conto che i sacerdoti nel paese sono circa trentamila; ma enorme e sconvolgente, se si pensa alla venerazione che nella Polonia cattolica vi è per il clero.
Oltre alla gente la pellicola ha scosso anche la gerarchia,  perché documenta che prassi dei vescovi era quella di salvaguardare il buon nome della Chiesa, tacere e spostare i preti “violenti” da una parrocchia all’altra.

Divergente l’atteggiamento dei prelati sul documentario-shock: l’arcivescovo di Gniezno e primate polacco, Wojciech Polak, ha ringraziato i registi del film per il loro lavoro, e si è scusato per “la ferita” inferta da chierici; invece l’arcivescovo di Danzica, Slavoj Leszek Glódz, accusato di aver protetto preti “pedofili”, ha detto di aver cose più importati da fare che vedere quella pellicola.
Come sta l’Italia cattolica rispetto alla consorella polacca? Lo si saprà presto se la CEI fornirà i dati completi sulla pedofilia del clero (una parte minoritaria di esso!). Il silenzio non può durare oltre.

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