Luciano e il virus che diventa «birbone»

Luciano e il virus che diventa «birbone»

di Eliana Agata Marchese

«Mamma, quanti abitanti ha Trento? Un milione?» mi chiede Silvia dal sedile dietro. Rispondo, ma so che fra un attimo mi attende un’altra domanda. Il tono non lasciava dubbi. Allentate le misure anti-Covid abbiamo ripreso i viaggi in macchina. È qui, mentre tengo gli occhi sulla strada, che i miei figli sfoderano dal cilindro le domande più spinose.

Dopo qualche secondo, infatti, ecco il nuovo interrogativo: «Ma se facessimo una colletta mettendo un euro per ogni abitante. E se poi raccogliessimo tutti i soldi e pagassimo. Riusciremmo a comprarci la libertà?».

Si inserisce Luciano: «Non possiamo essere liberi, deve prima andarsene il birbone dal cielo!».

Lui qualche volta chiama così il Coronavirus: «birbone», come nella filastrocca di Piumini che hanno inviato le maestre della scuola materna. E prosegue, assumendo un’aria di importanza: «Il Coronavirus è da tutte le parti, intorno a noi, nel cielo. Se lo porterà via un arcobaleno, e noi saremo liberi». Dovrò ricordarmi di spiegare a Silvia cosa sia la libertà su cauzione, ma mi piace l’immagine dell’arcobaleno-piglia-tutto di Luciano. Qualche libertà l’abbiamo già conquistata. I negozi riaprono, possiamo programmare incontri con gli amici. Caterina non sta più nella pelle: nonostante decine di messaggi e videochiamate, le amiche del cuore le sono mancate tremendamente e sta organizzando un ritrovo in mascherina con alcune di loro. Noi abbiamo ricominciato a camminare in montagna, a volte perfino fingendo che non sia successo nulla.

Domenica siamo andati a salutare l’orso al santuario di San Romedio. Vedere un animale così maestoso nel recinto mi lascia sempre un po’ di tristezza. Mi ricorda come abbiamo vissuto in quarantena fino ad oggi, circondati da sbarre a girare su noi stessi. Il santuario per noi è un luogo del cuore. Abbiamo percorso per tre volte il Cammino di Santiago, su tre strade diverse, con le bambine (all’epoca solo due) in passeggino. Tutte le volte, prima della partenza, abbiamo raggiunto il santuario per allenarci e per scrivere un pensiero.

Quest’anno coltiviamo il progetto di percorrere la Via Francigena. Non sappiamo se le strutture per i pellegrini saranno pronte ad accoglierci, né se si potrà liberamente camminare. Ma noi continuiamo a crederci, e nel frattempo cerchiamo di recuperare l’allenamento arretrato. Sul prato di fronte a San Romedio Luciano è arrivato da piccolissimo. La sua prima gita fuori porta, a sole due settimana di vita, è stata proprio in Val di Non; gli abbiamo scattato le foto da mandare ai parenti lontani. I congiunti fuori regione, come ultimamente si chiamano. Adesso, anche al di fuori delle cappelle, confusi in mezzo a decine di ex-voto, campeggiano i cartelli che invitano al rispetto delle distanze. Anche qui è obbligatorio indossare la mascherina; Luciano non manca di sottolineare la sua posizione di privilegio, perché non ha l’obbligo di velarsi il viso. Ha un buon passo in montagna e arriva a destinazione prima degli altri, scuotendo un ramo per minacciare chissà quali nemici dispersi nell’aria e nel cielo. Molto è cambiato negli ultimi anni e negli ultimi mesi. Ma tornare a trovare l’eremita con orso ci sembra un auspicio di libertà.


Eliana Agata Marchese

Docente di Italiano e Latino al liceo «Da Vinci» di Trento - mamma di Caterina (12 anni), Silvia (9 anni) e Luciano (4 anni)

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