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Il governo che ama la decrescita felice

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La manovra è bella, disse il premier Conte all’Europa che ne chiedeva conto.

Come sarà il futuro? si domandano gli italiani. Il futuro sarà felice, risponde il vice premier Di Maio che ama non rivelare tutto e subito per alimentare il piacere della sorpresa. Di Maio forse non è seguace della teoria di Serge Latouche fautore della decrescita felice, ma ha assorbito certamente le teorie del fondatore del Movimento, Beppe Grillo, che già in tempi non sospetti sosteneva «più poveri e più felici», pratica che ovviamente lui stesso deve aver seguito alla lettera, anche se talvolta un dubbio sul suo stato d’animo poteva sorgere guardando la faccia stravolta quando arringava rabbiosamente la folla.
Qualcuno lo chiama l’ex comico miliardario, ma si sa che le esagerazioni sono sempre dietro l’angolo.

Del resto già alcuni pensatori nell’antica Grecia sostenevano che i soldi non fanno la felicità, ma che quella è dono degli dei. Che si tranquillizzi dunque chi non crede alla decrescita felice e si ricordi che la felicità è prima di tutto essere ricchi dentro. E si cominci fin da subito quantomeno a sorridere e canterellare, alla faccia dello spread che sale e degli avvertimenti sul deficit.

Bisogna dire che il governo ce la mette tutta. Cominciamo col bloccare le grandi opere, si sono riproposti i 5 Stelle. È ben vero che Toninelli ha avuto gioco facile al nord visto che non è stato costretto a fermare i lavori del tunnel del Brennero avendolo trovato già bell’e fatto. C’è però da comprendere anche lo stress di un ministro che lavora sempre pancia a terra.

Allora la Tap (il gasdotto che dovrebbe arrivare sulle coste della Puglia), quella sì che si può bloccare, tanto per pareggiare il conto. E poi lo avevano garantito in campagna elettorale. A quel tempo Di Battista non era ancora partito per le ferie e si era impegnato in prima persona: con i 5 Stelle al governo la bloccheremo in due settimane. Per non dire di Grillo che aveva addirittura evocato l’intervento dell’esercito se fosse stato necessario, mentre Di Maio assentiva col sorriso sulle labbra. Poi si sa come vanno le cose, talvolta le ciambelle possono riuscire senza buco.

Pare che gli elettori non abbiano digerito bene il cambio di decisione, visto che a Melendugno si sono messi a bruciare bandiere e tessere elettorali. Se ne faranno una ragione, anche perché almeno sanno chi è l’autore della decisione, non Di Battista non Di Maio non Beppe Grillo, ma lo stesso Presidente del Consiglio, che allora nemmeno conoscevano ma che adesso è stato chiaro: se proprio c’è da dare una colpa datela a me. I 5 Stelle ad ogni modo non si fermano e passano a bloccare la Tav (non è una ripicca, l’avevano già promesso in campagna elettorale).

Questa volta siamo a Torino dove il Consiglio comunale vota un ordine del giorno in proposito. Interviene il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, che sconsolato fa sapere: siamo un Paese senza infrastrutture eppure, mentre sogniamo la crescita, chiudiamo i cantieri. Si attendono sviluppi. Così come si attendono sviluppi per parecchie altre grandi opere bloccate, mentre Toninelli ne studia giorno e notte il rapporto costi-benefici.
A un certo punto però sembra che all’interno del Movimento (non solo all’esterno con la manifestazione in piazza) si profili qualche malessere, che subito Di Maio rintuzza avvisando che chi non seguirà compatto la linea politica verrà espulso. Oppure non verrà espulso. Del resto è fattuale, come direbbe Vittorio Feltri, che all’interno dei partiti - e probabilmente anche dei Movimenti - non tutti la pensino sempre allo stesso modo.

D’altra parte Salvini parrebbe contento di cogliere la palla al balzo, così che si libererebbero posti da occupare magari con qualcuno di Fratelli d’Italia, però gli auspici non sempre si avverano, anche se il leader della Lega non è uno che si arrende facilmente e nel gioco delle parti fra i due sottoscrittori del contratto di governo - una colla che non si scolla - lui tira sempre dritto e su qualsiasi tema non arretra di un millimetro, come usa dire, mentre l’altro (il 5 Stelle) su qualsiasi cosa sorride, così da infondere ottimismo, affinché il popolo sovrano non si scordi che sta andando verso la decrescita felice.

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