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La tolleranza zero che produce sofferenza

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A ver fame e non poter mangiare. Semplicemente perché non c'è niente in tavola, non ci sono i soldi per comprare cibo, si va alla mensa dei poveri senza vergognarsi, perché anche la vergogna è morta insieme alla speranza di cambiar vita. Non è una novità. Ma ogni volta che qualcosa rinfresca il problema è come prendere un pugno nello stomaco.

L'Istat denuncia una cifra impressionante: in Italia cinque milioni di persone possono considerarsi in povertà assoluta e la povertà non guarda ai dati anagrafici, ci sono adulti e vecchi e bambini che trascinano giornate infelici, diverse da quelle di tutti gli altri. Il presidente Mattarella, in visita alla comunità di San Patrignano, ha detto che la solidarietà è un patrimonio del nostro popolo, è nel Dna degli italiani. E sarà pur vero, ma il problema sta a monte e non si può dire che in un Paese cosiddetto evoluto come il nostro si tratti di cifre fisiologiche, si può dire invece che c'è qualcosa di sbagliato che andava prima e andrebbe adesso corretto in fretta. Perché esistono le priorità e non sempre sono quelle che vengono sbandierate, promesse e quasi sempre disattese. Attualmente l'urgenza più urgente sembra essere quella degli immigrati. Immigrati battono povertà (e quindi lavoro e tutto quello che ci gira intorno). C'è pure chi sta peggio dei poveri assoluti italiani, ma forse che vogliamo fare una gara al ribasso? Ce le ricordiamo infatti certe immagini dell'Africa, i bambini con le gambe stecchite e la pancia gonfia. Non gonfia per la fame ma viceversa, per denutrizione. Certi anziani che nelle rughe del viso custodiscono la disperazione, i più piccoli che non capiscono e non piangono più. Sono lì. Fame e fatica. Come i bambini trattati da schiavi, sfruttati, costretti a lavorare in condizioni impossibili. Lo sfruttamento minorile è in aumento, confermano i dati. Fame e fatica.  

Ai bambini è più facile far male. Non è far male staccarli dai genitori? Che ne sanno loro dei giochi della politica, la mamma gliel'hanno portata via e anche il papà, sono rimasti soli. Non è una favola, è storia vera di questi giorni, nella civilissima America, dove il presidente Trump ha deciso così per fermare l'immigrazione sul confine col Messico. Poi, come spesso gli succede, ha cambiato idea, esseri umani trattati come strumento, tanto le sofferenze passeranno, hanno tutta la vita davanti. Tutta la vita per non dimenticare. E la gente, che cosa dice la gente? Pare che il 90 per cento dei conservatori che l'hanno votato sia d'accordo con lui, è così che si fa per farsi valere. Tolleranza zero. Un concetto, questo, che sta diventando virale, per terra e per mare. Anche su certe navi lasciate galleggiare per giorni, con migranti in condizioni pietose, seduti o in piedi l'uno addosso all'altro, le onde alte che fanno vomitare. Ci sono anche bambini. E quando le navi attraccano, i bambini passano di mano in mano per essere depositati a terra e hanno gli occhi grandi da cuccioli. Che ne sanno loro dei giochi della politica, loro hanno paura e basta. E altri non ce la fanno, scompaiono tra i flutti e basta. 

Questo ovviamente è considerato buonismo, anzi becero pietismo. Troppo facile parlare. E la risposta è pronta: che se li prendano quelli che la pensano così, che se li portino a casa. Con ciò il discorso è chiuso perché vince la tolleranza zero e gli esempi nella storia non mancano. Però - ma è un'obiezione retorica - la solidarietà è un'altra cosa, o no? E i progetti politici potrebbero convivere con la solidarietà o è proprio necessario che pochi vengano sacrificati perchè molti stiano meglio? Non esiste altra via d'uscita? C'è in giro un'aria che pare tiri da una certa parte, un certo bullismo che non suscita sgomento generale e indignazione ma anzi viene scambiato per forza, energia, decisionismo, amore per la propria gente. Fare la voce grossa paga. Positivo. Non è certo una novità, ma sembra che qualche volta il clima peggiori e si propaghi ad onde concentriche fra l'entusiasmo di troppi che in questo modo ritengono d'essere tutelati, e lo sconforto di pochi che non riescono a tacere, ma che se anche parlano non vengono ascoltati. Per il momento, almeno.

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