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Spreco alimentare, è ora di smetterla

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A palazzo assessorile di Cles è aperta fino al 17 marzo una mostra intitolata «Quanto pesa la tua spesa» rivolta ai ragazzi delle scuole elementari, medie e formazione professionale. L’obiettivo è quello di far pensare e discutere sulle abitudini alimentari, che hanno conseguenze non indifferenti anche dal punto di vista economico e ambientale.

Basti dire degli sprechi ai quali spesso nemmeno si pensa quando il cibo viene buttato perché eccessivo o scaduto o indesiderato. Lo si fa con indifferenza e incoscienza senza capire che queste abitudini hanno, tra l’altro, un contraltare di gente che muore di fame in ogni parte del mondo. C’è un’indagine che raggruppa le famiglie italiane in 6 tribù a seconda di quanto buttano nella spazzatura (il che mediamente corrisponde a 30 euro al mese,13 miliardi in un anno). Si comincia con la tribù dei Virtuosi, che si limitano a sprecare il corrispondente di 15 euro al mese.

Quindi la tribù degli Attenti, dei Risparmiosi (che risparmiano per necessità), degli Incoerenti (pieni di buoni princìpi che però non mettono in pratica), degli Spreconi (che m’importa, ci pensino gli altri) e degli Incuranti (che non si pongono proprio il problema). Sono formule che riassumono una situazione alla quale bisognerebbe porre rimedio con urgenza, anche se qualcosa è stato fatto dal punto di vista legislativo. È tuttavia la coscienza individuale che dovrebbe essere interpellata, è la consapevolezza di dover contribuire al proprio benessere ma anche a quello del prossimo e alla salute dell’ambiente. L’ambiente è di tutti.

C’è una giovane donna danese che si sta dedicando a una iniziativa sotto l’etichetta «Smettetela di sprecare cibo», con la quale si rivolge sia a chi vende che ai consumatori. E, cosa straordinaria, in cinque anni lo spreco di prodotti alimentari è diminuito del 25 per cento. Questione di civiltà. O anche solo questione di buonsenso, se il risultato è frutto di una riflessione che è poi questa: riducendo gli sprechi ogni uomo avrebbe da mangiare. Perché l’idea dovrebbe lasciarci indifferenti, visto che non comporta alcun sacrificio personale?

Torniamo alla buona notizia iniziale, perché anche una mostra come quella di Cles può contribuire a un cambio di rotta, dal momento che l’educazione è indispensabile fin da piccoli e che la scuola, insieme alla famiglia, dovrebbe assumere in questo un ruolo da protagonisti. Certo - cosa che ha sottolineato recentemente il professor Segrè in un’intervista al nostro giornale - spetterebbe alla politica e alle istituzioni fare qualcosa in più.


L’estate scorsa un bando di concorso da 500 mila euro è stato lanciato dal Ministero delle Politiche agricole per incentivare il recupero del cibo e il suo riutilizzo. Presentati 300 progetti, per il momento premiati i primi dieci, poi anche altri saranno forse recuperati. E qualcosa si sta muovendo nella società se è vero che l’industria e la grande distribuzione e la ristorazione nel 2017 hanno permesso di recuperare 700 mila tonnellate di cibo, contro le 500 mila dell’anno precedente. Nel complesso però troppo poco, bisogna accelerare.

Accanto al cibo la stessa filosofia dovrebbe portare anche al recupero di oggetti rotti, capi d’abbigliamento, prodotti tecnologici e molto altro ancora. Invece sembra più semplice buttar via. Il che, in fondo, è ciò che probabilmente auspicano i produttori (programmando il fine vita dei prodotti, come pare che spesso succeda) per favorire gli acquisti, ma è anche ciò che i consumatori non dovrebbero fare con leggerezza. Riparare molte volte si può e il riparatore di vecchia memoria potrebbe diventare un mestiere da ripescare.

Oggi la politica celebra una giornata importante e adesso - dopo una pessima campagna elettorale - si dovrebbe cominciare a fare sul serio passando dalle promesse pirotecniche alle cose concrete. E questo potrebbe essere un tema, come tanti altri, da affidare a un governo che si spera prossimo. Un governo saggio e, appunto, concreto.

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