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Muretti a secco e mani intelligenti

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A Trento il Guerino veniva con le tre figlie più grandi a comprare le scarpe, era settembre e bisognava essere a posto per il primo ottobre, quando cominciava la scuola. Scendeva da Covelo di Terlago col carro trainato dai buoi e quando la discesa si faceva più ripida saltava giù per girare la manovella che cigolava. Tre, quattro, cinque giri, era il freno.

Al ritorno gridava «ih, ih ’n pass», ma saliva talmente piano che i bambini saltavano a terra per raccogliere le more di rovo che si arrampicavano lungo i muri lungo la strada bianca. Rovi pieni di spine ma anche di gustosi frutti. Muri a secco, bellissimi. L’unico pericolo, diceva il Guerino, erano le vipere che magari si nascondevano al caldo dentro i buchi.

Un po’ alla volta quei muri sono scomparsi. Sui pendii della val di Cembra, invece, molti sono rimasti a sostenere le viti, piccoli terrazzamenti dove i contadini arrivavano salendo dalla valle con la bigoncia sulla schiena a sfacchinare sotto il sole cocente, una fatica da sfinirsi.

Oggi molto è cambiato dappertutto, sacrificando la poesia del paesaggio a una maggiore comodità, ma la tradizione non è rimasta aggrappata soltanto alle pagine dei libri, c’è per fortuna chi ne riconosce il valore e sa che tramandarlo vuol dire affidare ai giovani il testimone. Un corso di formazione sui muri a secco, come quello organizzato dal Comune di Tre Ville in collaborazione con l’Accademia della montagna a Preore, presso Casa Mondrone, è un tassello di cultura da consegnare a chi non ha vissuto quei tempi ma ne può respirare le atmosfere, arricchendo così la propria sensibilità. Tre giornate dalla teoria alla pratica, ricostruendo alcuni tratti di un vecchio muro crollato. L’esperienza è importante e offre una qualifica di costruttore esperto nella realizzazione e nel recupero di muri in pietra a secco. Un diploma, invece, hanno ottenuto i primi diciotto artigiani specializzati dopo due anni di corso all’Enaip di Villazzano.
E ancora. Terragnolo ha organizzato il mese scorso il primo festival «Sassi e non solo», che prevedeva tra l’altro una gara europea di costruzione di un muro a secco, vinta dalla cooperativa pugliese «La Mediterranea».

Ovviamente questa non è una prerogativa del Trentino, tant’è che in Italia sono stati finora censiti 170 mila chilometri di muretti. La commissione Unesco li sta visionando per poter decidere se inserirli tra i beni essenziali della civiltà. Scampoli di vita vissuta che parlano di fatica.

Erano tempi in cui il benessere non addormentava l’inventiva semplicemente perché il benessere non esisteva. E quando bisognava combattere con la terra non sempre feconda e con l’ambiente talvolta arcigno, all’uomo toccava trovare la soluzione per una convivenza compatibile. La campagna dava cibo sufficiente e l’uomo non violentava la campagna perché fra loro non c’era conflitto, c’erano solo tante difficoltà da superare. Le mani che impugnavano la vanga, che guidavano l’aratro, che mungevano le vacche e portavano fieno nella stalla, che menavano la polenta e preparavano maglie di lana per l’inverno, mani di uomo e di donna. Mani intelligenti.
Oggi le mani parlano un altro linguaggio, hanno interrotto il dialogo con la terra. Qualcuno però sente il richiamo antico ed allora è un ritorno d’amore.

Anche le mani dell’artigiano sono mani intelligenti. Ma quando si tratta di scegliere la scuola superiore per i figli che hanno finito la terza media, in famiglia nascono i problemi, perchè i cosiddetti lavori manuali sono spesso considerati di serie B.
E so legger di greco e di latino e scrivo e scrivo ed ho molte altre virtù, scriveva il Carducci passando davanti a San Guido, ma c’era una vena d’ironia nelle sue considerazioni.

In realtà non esistono lavori più o meno nobili, esiste la vocazione, il sentirsi appagati, il seguire la voce dentro. Nobile è il modo in cui viene fatto il lavoro. E lavorare con le mani non esclude la testa e nemmeno il cuore. Che sia la terra o la cattedra, a ciascuno il suo.

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