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Festa della donna?

Cambia troppo poco

 

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U n altro 8 marzo. È cambiato tutto? Non è cambiato niente? Da quella lontana giornata della donna alla fine della seconda guerra è lecito chiedersi se sia veramente utile ribadire ogni anno le stesse cose con gli stessi rituali (questa volta lo sciopero mondiale è stata una novità), se veramente può contribuire a tener vivo il problema. Perché il problema esiste, ovviamente, altrimenti non si continuerebbe a metterlo sotto gli occhi di tutti e in modo particolare dell'altro genere, che ancora troppo spesso si presenta come controparte.

Se abolissimo l'8 marzo se ne sentirebbe la mancanza? E se facessimo il giorno 8 d'ogni mese sarebbe eccessivo? Si dirà che dai primi tempi molto è stato fatto, ed è vero, però le donne restano ancora un passo indietro. Eppure, nei discorsi tra le mimose, uomini e donne si trovano allineati a dire che le discriminazioni sono ingiuste, che la donna è portatrice di armonia e di pace molto più degli uomini, ne tesse le lodi il Papa, ne elenca i meriti il Capo dello Stato, lo ribadiscono esponenti delle istituzioni.

Ma allora perché da un 8 marzo all'altro i cambiamenti sono ancora modesti? Se anche gli uomini sono d'accordo perché ci si limita, ad esempio, ad introdurre le quote rosa da riserva indiana (in Trentino ci si sta provando con il 50 per cento, ma non mancano gli ostacoli sulla strada di una riforma che dovrebbe esistere da un pezzo)? Si faccia di tutto e di più perché molte donne diventino Presidenti del Consiglio o Capi di Stato o arrivino a posti di comando (inteso come responsabilità) in altri settori della vita pubblica. Il mondo, stando alle dichiarazioni di ogni 8 marzo, ne avrebbe un vantaggio perché sono preparate e capaci, spesso più istruite, hanno maggiore sensibilità e più intuizione, detestano le guerre, capiscono i bisogni dei più deboli.

Questo si ripete ogni volta nei discorsi. Invece la strada resta sempre lunga e le donne restano sempre un passo indietro, anche perché non tutte credono che si possa andare avanti allineati, non sanno fare squadra e non sono solidali tra loro. Per le nostre nonne i compiti erano rigorosamente divisi, gli uomini a lavorare e le donne a casa. Ma forse che a casa non lavoravano o lavoravano meno? In una civiltà contadina e patriarcale l'educazione dei figli, la cura degli anziani, i lavori domestici, quelli dell'orto e della campagna e della stalla risulta che fossero per la gran parte sulle loro spalle. E per tutto ciò non erano pagate.

Oggi sono ancora in moltissimi casi le spalle femminili a sostenere il peso della famiglia oltre a quello di un lavoro extra domestico (quando c'è e non è così facile trovarlo). Per questo almeno vengono pagate. Però quasi sempre meno degli uomini che, salvo eccezioni, fanno un solo lavoro. La risposta a questo punto è già bella e servita: l'hanno voluta la parità? Appunto, la parità. E soprattutto vorrebbero le pari opportunità, il che dovrebbe comportare un'equa distribuzione dei compiti sul versante familiare e un equo riconoscimento dei meriti sul versante professionale.

Molto spesso tuttavia non succede e così lo si denuncia ogni volta l'8 marzo e tutti si dicono d'accordo. Poi lo dimenticano, la festa è passata. E a dire che la situazione resta ancora dispari non sono le recriminazioni femminili ma sono gli studi del Censis e anche quelli dell'Ocse, che peraltro confermano come il nostro Paese resti fanalino di coda in Europa nelle differenze di genere. Una giornata media vede per le donne un'ora in meno di tempo libero, quasi quattro ore in più di lavoro familiare, circa due ore in meno di occupazione retribuita. Nel settore privato percepiscono stipendi inferiori a quelli dei colleghi del 19,6 per cento, nel settore pubblico inferiori del 3,7 per cento.

Ed ecco la domanda retorica: ci sarà un 8 marzo in cui verrà spiegato sinceramente il motivo? Mattarella ha ribadito con forza che le donne sono indispensabili per avere una società più equa. Forse che una società più equa agli uomini non piace?

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