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L'eccesso di zuccheri e l'Alzheimer

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Settembre è il mese dedicato alla sensibilizzazione su una malattia importante come l’Alzheimer ed in particolare il 21 settembre si celebra la Giornata Mondiale, istituita fin dal 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’Alzheimer è una grave forma di demenza senile che conta in Italia circa 800.000 casi ed in Trentino colpisce circa 7.000 persone. È una malattia degenerativa del cervello che si caratterizza per un’importante perdita di memoria che in fase terminale impedisce alle persone di svolgere anche le più normali e semplici attività quotidiane.

È una patologia in costante crescita, anche a causa del continuo aumento dell’età della popolazione; con una prevalenza maggiore nel sesso femminile piuttosto che in quello maschile, che ha un notevole impatto socio-sanitario per la continua assistenza di cui questi ammalati necessitano.
Un crescente numero di ricerche ipotizza che ci sia una forte connessione tra la dieta e il rischio di sviluppare l’Alzheimer, attraverso percorsi simili a quelli che causano il diabete tipo 2.

Nei primi mesi del 2005, quando i ricercatori hanno scoperto che, oltre al pancreas, anche il cervello produce insulina, e che questa insulina cerebrale è necessaria per la sopravvivenza delle cellule nervose, l’Alzheimer è stato definito, forse anche in maniera un po’ provocatoria, «diabete di tipo 3». L’insulina nel cervello, oltre a favorire l’assorbimento del glucosio circolante, regola anche l’attività dei vari neurotrasmettitori, sostanze indispensabili per un corretto funzionamento del sistema nervoso, fondamentali per l’apprendimento e la memoria.

Si è sempre pensato che il cervello utilizzasse come unico substrato energetico il glucosio, ma in realtà funziona anche bruciando altri carburanti, quali i chetoni, sostanze che il nostro corpo produce in grandi quantità in corso di digiuno. I corpi chetonici sono «frammenti» dei grassi che sono bruciati velocemente, ed hanno una carica energetica simile a quella degli zuccheri.

Secondo alcuni lavori recenti, l’Alzheimer e altri disturbi cerebrali possono in gran parte essere causati dalla combustione costante e unica di glucosio. I risultati suggeriscono che, anche se non si è diabetici, il consumo di zucchero può comunque peggiorare la memoria.
In sostanza sta diventando sempre più chiaro che lo stesso processo patologico che porta al diabete di tipo senile può valere anche per il cervello. Se nei primi cinquant’anni della nostra vita abusiamo di zuccheri il cervello, oltre al pancreas, viene sopraffatto dai livelli costantemente elevati di glucosio che possono portare ad un deterioramento della capacità di pensiero e della memoria, causando alla fine danni permanenti al cervello.
La mancanza di cure ci impone di puntare tutto sulla prevenzione di questa malattia, perché pensare ad intervento dietetico solo dopo che la malattia si sia sviluppata è un po’ come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. L’unica vera soluzione è evitare che insorga l’Alzheimer!

Voglio darvi sinteticamente le principali raccomandazioni dietetiche per mantenere un cervello sano.
Evitate il più possibile gli zuccheri semplici, preferite i cereali integrali e state attenti a non eccedere anche con il fruttosio, ovvero non mangiate più di due porzioni di frutta al giorno.
Mangiate regolarmente verdura cotta e cruda per mantenere un buon apporto di vitamine, sali minerali, ed in particolare di acido folico, una vitamina che deve il suo nome per essere presente soprattutto nelle verdure a foglia.
Non abolite la carne ed in genere le proteine animali, perché il cervello per funzionare bene, ha bisogno di vitamina B12, vitamina che non è presente nei cibi di origine vegetale.
Mettete tanto colore nella vostra alimentazione e mangiate i piccoli frutti per la loro abbondante disponibilità di polifenoli antiossidanti.
Fate attività fisica almeno 4-5 volte alla settimana per favorire un maggior smaltimento di zuccheri e favorire l’insulinosensibilità dei muscoli (i muscoli diventano più sensibili all’azione dell’insulina).
L’attività fisica all’aperto e una regolare esposizione al sole favoriscono anche la produzione di vitamina D. In alternativa, se i valori di vitamina D fossero bassi, pensate anche ad un’integrazione.

L’ultimo suggerimento che vi posso dare è quello di provare occasionalmente a digiunare.
Si è osservato che dopo 16-18 ore di digiuno l’organismo attiva un processo detto di autofagia. Autofagia significa letteralmente mangiare se stessi; ovvero quando il nostro organismo percepisce un calo dell’apporto energetico entra in una modalità di risparmio ed inizia a smaltire corpuscoli cellulari danneggiati e proteine inutilizzabili.
È un po’ come se facesse pulizie in casa e bruciasse tutto ciò che è rotto o che non gli serve. Questo meccanismo, nell’Alzheimer, potrebbe essere particolarmente importante, perché questa malattia si caratterizza proprio per l’eccessivo accumulo di una proteina «inutile», detta beta-amiloide, che a lungo andare blocca la trasmissione elettrica dei neuroni e ne impedisce la corretta funzionalità

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