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Ebola #02: Perché è un’emergenza e perché non bisogna averne paura

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Il 6 dicembre 2013, dopo aver contratto lo Zaire ebolavirus EBOV, moriva in Guinea un bambino di due anni, considerato il paziente zero dell’attuale epidemia che ha colpito l’Africa occidentale. Quasi quattro mesi più tardi, l’Organizzazione mondiale della sanità ha rilasciato il primo comunicato ufficiale riguardante la diffusione del ceppo virale e da quel momento la copertura mediatica per il caso ebola è andata sempre in crescendo, di pari passo col diffondersi della malattia. Cerchiamo allora di capire cosa rende l’ebola meritevole di tanta attenzione.

Il primo termine che viene associato all’ebola è ormai epidemia, una parola che indica il contagio estremamente rapido (generalmente due settimane) di un alto numero di persone: ad oggi infatti, i casi registrati a partire da dicembre sono più di tredicimila. Parafrasando le parole dell’OMS, l’ebola è attualmente la più grande emergenza per la salute pubblica e rappresenta una delle più gravi epidemie dei tempi moderni. I motivi principali sono due: la letalità del virus e la rapida diffusione che ha avuto negli ultimi mesi.

 

I sintomi causati dal virus, come spiegato nell’articolo precedente, sono spesso letali, soprattutto a causa della mancanza di una cura specifica. Esistono tuttavia delle misure che possono aumentare la probabilità di sopravvivenza del paziente, in particolare il reintegramento dei fluidi per via orale o endovenosa. A questo proposito merita un appunto l’indice di letalità del virus, attestato al 71 % : questo numero rappresenta la percentuale di persone che sono decedute in seguito all’esposizione al virus, ma è importante specificare che si tratta di una media fra diverse zone geografiche e quindi che oscilla molto a seconda del paese che viene considerato. Per esempio, in Nigeria l’indice scende al 46%, soprattutto grazie alla ridotta diffusione del virus (solo 20 casi registrati) e ai diversi mezzi a disposizione tra un paese emergente come la Nigeria e uno dei venti stati più poveri del mondo, come la Guinea-Bissau, dove l’indice raggiunge il 72%.

Parliamo ora della frequenza di trasmissione del virus: una persona colpita dall’ebola infetta in media altre due persone. Si tratta di un numero relativamente basso, se paragonato ad altri agenti infettivi, come il virus del morbillo o quello parotitico (che causa la malattia comunemente nota con il nome di orecchioni). Allora perché l’ebola si è diffusa così largamente e in maniera così rapida?

La risposta è da ricercare nel sistema sanitario e nella modalità di trasmissione del virus. Nelle zone colpite, la trasmissione è stata alimentata dalla mancanza delle misure più basilari di controllo infettivo ed igienico, ad esempio l’utilizzo di guanti protettivi e del camice, o il semplice lavarsi le mani. Un fattore chiave è stato ricoperto anche dalla difficile comunicazione con le popolazioni locali e dall’incapacità di contenere la paura di massa: sono noti casi di gruppi che hanno minacciato il personale medico o danneggiato le strutture ospedaliere. In particolare, sembra impossibile superare la barriera culturale riguardante le tradizioni funerarie, che comprendono l’abluzione del defunto. Quest’usanza può trasformare i funerali in focolai: in Sierra Leone sono stati schedati più di 300 casi di infezione che fanno riferimento ad un unico servizio funebre.

Con queste premesse, è evidente che lo sviluppo dell’ebola in una pandemia che colpisca anche i paesi occidentali è estremamente improbabile. Ricordiamo che il virus dell’ebola si trasmette attraverso i fluidi corporei e solo quando una persona mostra i sintomi della malattia, ossia dopo un periodo compreso fra due e venti giorni di incubazione. In un sistema sanitario efficiente, una persona colpita dal virus viene isolata rapidamente e la diffusione del morbo viene così interrotta sul nascere; inoltre vengono eseguiti dei controlli sulle persone che potrebbero aver contratto la malattia prima del ricovero del paziente zero, ma che probabilmente non sono ancora contagiose. Attenzione, non vogliamo minimizzare il problema, ma è necessario contestualizzare i fatti che vengono presentati: la paura diffusa dai media di una possibile epidemia di ebola in Europa o negli Stati Uniti è del tutto fuori luogo. Ciò non toglie che l’attuale emergenza ebola nell’Africa occidentale sia diventata drammatica e necessiti del supporto dell’intera comunità internazionale.

Anche la ricerca sta dando il proprio contributo per vincere la battaglia contro l’ebola. Attualmente si stanno sviluppando diverse cure sperimentali, ma non si è ancora arrivati a superare la fase uno del trial clinico, ossia lo studio della sicurezza del farmaco. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il trattamento più promettente è la trasfusione di siero sanguigno dai pazienti sopravvissuti all’ebola: l’obiettivo sarebbe quello di trasferire gli anticorpi contro il virus, ma l’efficacia di questa terapia è ancora in discussione.

In parallelo, si sta tentando di trovare un vaccino: il centro di ricerca in pole position ha iniziato a settembre la fase uno del trial clinico del vaccino chiamato cAd3-ZEBOV. Il principio di base è quello di ingegnerizzare un virus innocuo per l’uomo ma che esprima delle glicoproteine tipiche dell’Ebolavirus, in modo che il sistema immunitario sviluppi degli anticorpi in grado di neutralizzare entrambi gli agenti virali. Questo è possibile perché la parte cosiddetta adattativa del nostro sistema di difesa è in grado di “ricordare” ciò che ci ha infettati. Quindi il concetto del vaccino è dare al nostro corpo qualcosa di innocuo che possa essere memorizzato e quindi prontamente riconosciuto in caso di un infezione del virus reale. Al contempo ci sono altri studi in corso: ad esempio BARDA (l’organo statunitense che si occupa delle emergenze sanitarie) ha stanziato 5.8 miliardi di dollari alla società Profectus BioSciences affinché sviluppi un vaccino contro l’ebola. Anche in Italia lo sforzo congiunto di due aziende, la Okairos e la IRBM, ha portato allo sviluppo di un potenziale vaccino, che dopo essere stato testato con successo su alcuni esemplari di macachi, è attualmente in fase di sperimentazione clinica sugli umani.

Se una di queste ricerche andrà a buon fine, l’emergenza ebola potrà finalmente considerarsi conclusa.

Dennis Pedri

 

Fonti:

http://www.who.int/csr/disease/ebola/en/

http://www.cdc.gov/vhf/ebola/

WHO Ebola Response Team (2014) Ebola Virus Disease in West Africa - The First 9 Months of the Epidemic and Forward Projections. N Engl J Med 2014; 371:1481-1495

Jean-Philippe Chippaux (2014) Outbreaks of Ebola virus disease in Africa: the beginnings of a tragic saga. J Venom Anim Toxins Incl Trop Dis.; 20(1): 44.

Derek Gatherer (2014) The 2014 Ebola virus disease outbreak in West Africa. J Gen Virol.; 95(Pt 8):1619-24.

Stanley et al. (2014) Chimpanzee adenovirus vaccine generates acute and durable protective immunity against ebolavirus challenge. Nat Med.;20(10):1126-9.

Michaeleen Doucleff (2014) No, Seriously, How Contagious Is Ebola?

http://www.npr.org/blogs/health/2014/10/02/352983774/no-seriously-how-contagious-is-ebola

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:2014_ebola_virus_epidemic_in_West_Africa.svg

 

 

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