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Ad Halloween arrivava lo zelten della zia

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È settembre e stanno apparendo già le prime zucche vuote. Non che fino adesso siano mancate, mi riferisco a quelle di Halloween. Io non sono mai a mio agio ad Halloween. Non lo sono mai stato. Da bambino i miei mi mandavano per le case con indosso un lenzuolo da fantasma.

Non sarebbe stato un cattivo travestimento se non fosse che il lenzuolo era a fiori e aveva i bordi elastici; più che un fantasma sembravo un materasso con le gambe. Quando suonavo per le case e chiedevo «dolcetto o scherzetto?» non mi apriva mai nessuno. Guardavano attraverso lo spioncino e commentavano «L’è uno che porta el materass en lavanderia». E poi, dopo avermi riconosciuto, aprivano

«Prima de mandarte en giro a domandar soldi, dighe a to papà che el ne ritorna quei che g’aven prestà!».
Una cosa che non capisco di Halloween è il macabro rituale di incidere una zucca. Ancora viva. Col coltellino. Senza anestesia. Ho sofferto molto quando mio papà tagliò la prima zucca, anche perché noi eravamo una famiglia vegana. Cioè, mio papà era un cacciatore, però vegano: andava nei boschi e sparava ai funghi.

Però, a dirla tutta, noi in casa si festeggiava sempre Halloween con lo zelten che portava mia zia dalla Germania. Era quel tipo di “dolce” che potevi comodamente appoggiare davanti a una ruspa parcheggiata in discesa in caso i freni avessero ceduto. Non dimenticherò mai la prima volta che mia zia portò il suo zelten. «Assaccialo fedrai che puono!». Gli ho dato un morso e mi sono caduti tutti i denti davanti. E poi sono caduti anche quelli dietro che erano venuti davanti per vedere cos’era quel rumore di denti rotti. E ogni anno, puntuale, la zia di Dortmund mi ripeteva la stessa frase «Assaccialo fedrai che puono». Un’infanzia rovinata.

Molti di voi hanno dei bambini e altri probabilmente li avranno in futuro. Quando arriverà Halloween, per favore, date loro zucca ed evitate gli zelten delle zie tedesche. Altrimenti poi non lamentatevi se perdono i capelli, diventano comici e scrivono sul giornale.

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