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Terra di pace, senza armi e distruzioni

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Quasi vicini al Natale, tutti a correre dietro al bisogno di rendere felice o pensato qualcuno che si ama o si è trascurato durante gli altri giorni. In questo periodo è come se soffiasse un vento caldo sulla polvere delle dimenticanze e delle durezze. 
Osservo i volti e noto che quest'atmosfera di festa incide sul cuore, sui sorrisi. I colori certamente aiutano, le musiche adornano le sensazioni e si riscontra ovunque una sete di speranza. Soprattutto la auguro a tutte le famiglie colpite dal dolore, come nell'ultimo attentato a Strasburgo, in particolare ai cari che hanno perso il giovane giornalista Antonio Megalizzi. Benedette tutte quelle mani generative di fiducia, che sanno consolare e incidere più delle parole, perché rivelano l'eredità del cielo quando si incontra con la terra e rialza chi è caduto e riporta al sicuro chi si è era smarrito. Ogni atto di amore è un dire «no» al terrore, alla morte, alla violenza, alla rassegnazione. Bisogna perciò moltiplicarne, direi sprecarne di più, senza stancarsi, senza arrendersi. Nemmeno davanti al taglio feroce delle ingratitudini. E tutti ne siamo colpiti nel quotidiano. A volte con toni aggressivi. Altre volte con l'indifferenza. Ma bisogna credere che ancor più forte è la generosità, la gratuità di quell'amore che tutto comprende e tutto dona, senza nulla in cambio. Sullo sfondo mi piace perciò sempre ricordare questa storia, che tanto c'insegna, soprattutto per chi lotta per un mondo più alleato e meno brutale:
«Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d'ospedale. Ad uno dei due uomini era permesso mettersi seduto per un'ora ogni pomeriggio e il suo letto era vicino all'unica finestra della stanza. L'altro uomo invece doveva restare sempre sdraiato. Col passare dei giorni i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro... Ogni pomeriggio l'uomo che poteva affacciarsi alla finestra raccontava al suo compagno di stanza infermo tutte le cose che vedeva succedere oltre quella finestra e l'altro paziente immaginava tutto con serenità. Si facevano coraggio l'uno con l'altro. Quello che poteva affacciarsi raccontava di vedere un parco con un delizioso laghetto, dove i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo e gli innamorati camminavano abbracciati, con un panorama mozzafiato. Mentre l'uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l'altro fantasticava la scena. In un caldo pomeriggio l'uomo della finestra descrisse una parata che stava passando. E all'altro pareva di sentire la banda. Passavano i giorni e le settimane. Solo che un mattino l'uomo vicino alla finestra morì pacificamente nel sonno. E l'infermo chiese allora di spostarsi nel letto vicino alla finestra. L'infermiere fu felice di fare il cambio. A fatica cercò di affacciarsi, ma l'uomo, voltandosi lentamente per guardare fuori, vide che la finestra si affacciava su un muro bianco? Davanti non c'era praticamente null'altro! L'uomo, allora, chiese all'infermiera perché il suo amico morto gli aveva descritto delle cose così meravigliose ma inesistenti. L'infermiere spiegò che quell'uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro e disse: "Forse voleva farle coraggio e darle quel che a lei mancava nella forma più delicata"». 
Che bello inciampare tra le ali di questi angeli discreti, veri, che sanno fare del bene senza megafono, senza medaglie al petto. Nelle interviste e nei servizi, nella sua passione, anche Antonio Megalizzi ci ha fatto vedere l'Europa, quella che tutti auspichiamo, quella che ancora non c'è. Ma che tutti possiamo e dobbiamo costruire, come terra di pace, di futuro, senza armi e discriminazioni. Senza muri.

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