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L'amore scioglie ogni ostilità

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Sogno di svegliarmi un giorno e vedere su tutte le testate nazionali e mondiali questo appello in prima pagina: «Disarmiamo il mondo!». Quello in guerra è sempre un mondo contro se stesso. Un mondo in armi non è mondo, che continuiamo a tollerare, a non saper congedare definitivamente. Lo auspico ad occhi aperti, proprio oggi che ricorre il centenario di quell’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese del 1918, ossia dell’armistizio di Compiègne. Una data che segnò sì la fine della Prima guerra mondiale, ma senza affatto sancire una pace stabile e decisiva.

La storia è attraversata da sanguinari e da poeti, da violenti e da sognatori. In una perenne contesa a conquistare il mondo. L’ho sentito con vivacità drammatica proprio in questa settimana, quando abbiamo ascoltato il Vescovo maronita di Aleppo, in Siria, mons. Joseph Tobji. Ha tenuto gli Esercizi spirituali al nostro Clero di Campobasso-Boiano.
Commoventi le sue esperienze di credente sotto le bombe, nel pregare i Salmi, ci hanno fatto rivivere la speranza. Sembrava di essere tra quelle macerie, quando ci rappresentava i bambini costretti a bere l’acqua dalle pozzanghere delle strade.

Ma se penso al 1918, non mi viene in mente solo la guerra, le sue conseguenze devastanti. Mi balza anche il ricordo dolcissimo di una delle pagine più belle scritte proprio da un tedesco, e proprio in quella data. Mi riferisco al poeta Hermann Hesse, e in particolare alla fiaba che compose in quell’anno dal titolo «Iris». Il celebre «viandante» tedesco Hermann Hesse, nel 1918, nel cuore inaridito della guerra, scrisse infatti questo racconto con l’intento di recuperare la potenza dell’innocenza perduta. Davanti al grigiore della polvere del conflitto mondiale rimasta dappertutto soffocante, come segno di disfatta per il genere umano, queste parole di Hesse rimasero scolpite come un raggio di speranza, di luce in tanto buio: «Mi succede - disse Iris - sempre così quando odoro un fiore. Allora sento nel cuore che al profumo è legato il ricordo di qualcosa di straordinariamente bello e prezioso, che un tempo mi apparteneva ma che poi ho perduto. E lo stesso avviene per la musica, e a volte con la poesia: all’improvviso un lampo che dura un istante, come se scorgessi d’un tratto una patria perduta, in fondo a una valle, che però subito scompare ed è dimenticata. Caro Anselm, credo che siamo al mondo per questo senso, per questo meditare, cercare e ascoltare suoni lontani e perduti, e dietro ad essi c’è la nostra vera patria!».

L’immagine di questa figura così delicata, Iris, attenta al valore della vita, alla musica e al profumo che emanano le cose create, sento che rappresenta lo squarcio di bellezza antica, cui il mondo dovrebbe continuamente fare riferimento, per abbandonare la durezza insensata del male, delle armi, dove ogni splendore è spento, dimenticato. La vita ci chiede insistentemente a scegliere tra il rombo delle bombe e la silenziosa, soave e solitaria felicità che dimora nei semplici, nelle persone vere, che mai spengono gli occhi sul creato. Ed è bello questo orizzonte luminoso dove si apre per tutti «il sentiero azzurro chiaro venato che c’è nel segreto e nel cuore di un fiore», dove è lì, nelle piccole cose incontaminate dall’odio, ciò che cerchiamo, l’essenza di un tempo e di un mondo nuovo che racchiude pace, gioia, libertà, come fili di tutta quella trama che noi chiamiamo vita.

È l’occasione per tornare a qualcosa che sa veramente di umano e non più di disumano. Specie oggi come un appello che sale dalla terra, in  occasione della 68ª Giornata del Ringraziamento dal titolo «…secondo la propria specie… (Gen.1,12): per la diversità, contro le disuguaglianze». E la viveremo guardando ad un esempio di solidarietà autentica come San Martino, protettore delle messi e delle attività agricole, il soldato caritatevole vissuto dal 316 al 397 d.c. che è autore di un gesto di sommo amore verso il prossimo. Narra, infatti, un suo contemporaneo, Sulpicio Severo che Martino mentre stava cavalcando, avvolto dal suo mantello di lana, sul bordo della strada, ecco, si accorse di un povero, nudo e infreddolito.

Martino non passa oltre, anzi. Stupisce tutta la truppa. Improvvisamente ferma il cavallo e con un taglio netto divide a metà quel mantello. Nella condivisione del suo mantello con i poveri vediamo il riscatto della fraternità sciupata ogni volta a dismisura dalle logiche del potere arrivista. Nell’offerta di quella  parte al mendicante c’è tutto il Vangelo. C’è il cuore tenero di un soldato angelico, dietro la corazza che va abbandonata al suo destino. C’è la scelta coraggiosa dell’amore che scioglie ogni ostilità.

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