Comunità di Valle?  Meglio i Comuni

Andrò a votare il 29 aprile e voterò sì all'abolizione delle Comunità di Valle, per i motivi che andrò ad esporre.
1) Motivo storico-organizzativi. L'istituto del Comprensorio è entrato in crisi perché contestato dai Comuni timorosi che la sua esistenza avrebbe sottratto loro competenze e poteri. Peraltro, i Comuni stessi hanno poi sofferto della concentrazione di funzioni in capo alla Provincia ed ai suoi Enti strumentali. I vari progetti di riforma dei Comprensori si originavano dal fatto che 223 (ora 217) Comuni costituiscono un'eccessiva frammentazione che va superata, pur non rinunciando al grande valore di tutti i Comuni di rappresentare le proprie comunità. È indubbio che le municipalità abbiano rappresentato sin dai tempi dell'Impero austro-ungarico una positiva scuola di formazione e di palestra per generazioni di amministratori.

Cionondimeno, alla luce dei principi costituzionali di sussidiarietà, adeguatezza e buon andamento degli uffici, non può negarsi come 217 Comuni costituiscano oggi una Pubblica Amministrazione che stenta a tenere il passo con l'attuale caratterizzazione dei servizi pubblici.
Cioè di servizi intesi come Pubblica Amministrazione locale con i necessari livelli di complessità tecnologica e di investimenti necessari per far fronte di una comunità-popolazione.
Né va sottaciuto che il livello di governo comunale si trova ad essere necessariamente, anche per la Costituzione, il destinatario delle funzioni di cui oggi è titolare la Provincia, e questo è destinato ad aumentare la cennata inadeguatezza.
2) Motivi finanziari. Ai suesposti motivi, si aggiungono le prospettive di finanza pubblica non più favorevoli come nel passato anche recente concretantesi nel fatto che il bilancio provinciale dovrà fare i conti con le aumentate competenze della Provincia sui settori fino a ieri rientranti nei poteri dello Stato.
Se per un verso, quindi, pare necessario che i Comuni trentini affrontino il tema della gestione associata – soprattutto per mantenere i livelli qualitativi delle prestazioni che oggi assicurano – il problema del contenimento dei costi riguarda primariamente la Provincia Autonoma, le strutture alle dirette dipendenze della Giunta, le numerosissime Agenzie nonché paraprovinciali, sia con natura giuridica privata che pubblica.
Di conseguenza la questione centrale è quella di ridurre l'invasività dell'intervento provinciale in tutti i settori.
Ciò potrà avvenire: a) verificando dove è realmente necessario un intervento pubblico; b) semplificando notevolmente la congerie di Enti, società, dipartimenti e uffici facenti capo alla Provincia; c) e soprattutto attuare un reale processo trasferimento delle funzioni dalla Provincia verso il livello locale, riformato attraverso le forme di gestione associata.
Ciò è totalmente rinvenibile nei principi ed obbiettivi nella L.p. n. 3 del 2006, cosiddetta di riforma istituzionale, ma molto meno nella sua attuazione.
Infatti si è operato sempre con un'azione diretta dall'alto, intendendo il rapporto Provincia-autonomie locali come una relazione di tipo gerarchico. Basti pensare, per esempio, a come si sono individuati i territori delle Comunità, in molti i casi imponendo le soluzioni.
Non solo, di fatto si sono concentrati moltissimi servizi verso la Provincia ed i suoi Enti strumentali, per cui le c.d. società di sistema hanno di fatto «tolto la scena» ai Comuni ma anche alle costituende comunità. Inoltre, si è a lungo dimenticato di procedere con i progetti di attuazione della L.p. n. 3 del 2006, al punto che solo dopo cinque anni si è attivato qualcosa, che comunque non assomiglia al trasferimento vero e proprio delle funzioni.
Alcune domande conclusive: perché non ci è curati contestualmente di continuare a costruire il nuovo assetto istituzionale attraverso la cooperazione istituzionale paritaria, anche valorizzando il ruolo del Consiglio delle autonomie, nel pieno rispetto dei Comuni?
Perché il metodo è più quello del cosiddetto «centralismo democratico» di altri e ben diversi contesti?
Perché non si è dato vita ad un'adeguata azione di riprogettazione comune in collaborazione con le Autonomie locali?
È chiaro che ciò comporta il rivedere procedure amministrative e modelli organizzativi, ma di detta revisione non si è visto traccia.
Per quanto riguarda poi la riorganizzazione delle strutture degli Enti provinciali, non traspare una logica di sistema che vada al di là delle mere illustrazioni di principio, né appare chiaro il significato concreto e il grado di coerenza tra le decisioni annunciate e gli obbiettivi della legge.
Soprattutto non è sufficientemente chiaro come concretamente tali modifiche all'apparato si colleghi con il progetto di riforma e quindi con l'attuazione dei principi di sussidiarietà ed adeguatezza che sono i principi cardine L.p. n. 3 del 2006.
Pino Morandini
È consigliere provinciale del Pdl

 

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nones da cles :

Sono un insegnante, e spesso ho visto nella scuola pubblica la dittatura delle idee "amorali"...

22-07-2014 20:21
trentin da trent :

Vorrei chiedere a molti cosa significa contratto scaduto e non contratto risolto! Poi vorrei...

22-07-2014 20:16
F. :

Teneri......

22-07-2014 20:07
Gianni3 :

35 mi pare un numero risibile e sicuramente non veritiero! . credo anche che molte prostitute...

22-07-2014 20:07
Mamma e insegnante :

Come volevasi dimostrare: una domanda sul comportamento sessuale è del tutto fuori luogo all'...

22-07-2014 20:04