Comunità di Valle,  ecco cosa non va

TRENTO - L'articolato e qualificato dibattito in ordine alla funzione ed alla prospettiva della Comunità di Valle, temporalmente coincidente con il referendum abrogativo, induce a qualche ulteriore riflessione. Preliminarmente mi pare significativo rilevare come l'apporto ad un approccio non ideologico, ma razionalmente fondato ed argomentato, sia venuto da due illustri rappresentanti di una valle, quella di Sole, nella quale la lunga temperie della miseria e dell'emigrazione, prolungatasi quest'ultima fino al 1952, ha più profondamente sedimentato il senso di una visione, e di una risposta, comunitaria fondata su una volontà di riscatto nella quale gli strumenti di intervento, quali elaborati dal primo piano urbanistico provinciale in avanti, avevano tutti il senso di una spinta e di una visione collettiva.
Non intendo affrontare in questa circostanza il quesito se l'attuale assetto istituzionale della nostra autonomia così come articolata (Regione - Provincia - Comuni - Circoscrizioni - Comunità di Valle - Asuc) risponda compiutamente alle esigenze di governo della società trentina, o se non vi siano al contrario in esso elementi di sovraccarico tali da appesantire il processo decisionale e da rendere anche non definitivi i limiti delle rispettive competenze. Codesto è tema da riservare ad un successivo ampio confronto, a partire dal ruolo della Regione per arrivare ai Comuni per i quali, se interventi coercitivi non sono ipotizzabili, dovranno agire tutti gli strumenti di iniziativa politica tesi a ridurne il numero.
Ritornando al tema delle Comunità di Valle credo sia doveroso osservare preliminarmente che esse costituiscono, nell'impianto normativo della Legge Provinciale 16/6/2006, n°3 uno sviluppo coerente dell'originaria visione comprensoriale, arenatasi poi per divergenze interne, con un esito finale e prolungato di sostanziale svuotamento dell'idea fondante «distribuire il potere per diffondere le responsabilità». Partendo quindi dell'assunto che un'autonomia correttamente intesa deve avere a fondamento il criterio della sussidiarietà, innestando su esso le scelte funzionali a realizzare le condizioni per la responsabile partecipazione dei cittadini alle decisioni che riguardano la propria comunità, un primo indice di coerenza nell'impianto della legge istitutiva lo si può individuare nel proposito di limitare il potere invasivo della Provincia, attribuendo alle Comunità competenze proprie ed impegnandole ad essere supporto dei Comuni quando la loro generale limitata dimensione impedisce di raggiungere livelli idonei di efficienza e di qualità nella gestione dei servizi. Si realizza quindi un duplice passo in avanti sostituendo la delega con la competenza e rendendo istituzionale e sistematico il supporto ai Comuni, quando fino ad oggi agiva la scelta facoltativa dell'eventuale aggregazione in consorzi, idonea in sé ad aprire orizzonti più estesi quali si prefigurano quando si abbia a riferimento «lo sviluppo sociale ed economico delle rispettive popolazioni su una scala dimensionale sovra comunale ........ potendo disporre di conformi poteri decisionali e di adeguate risorse finanziarie» (cfr. Flavio Mosconi).
Chiarito per quanto sopra precisato che la Comunità di Valle non appesantisce l'assetto istituzionale, essendo sostitutiva dei Comprensori, e chiarito altresì che essa non svuota l'autonomia dei Comuni essendo invece strumento di rafforzamento della loro funzione, si pongono alcuni elementi di criticità sui quali è opportuno soffermarsi affinché il processo si compia secondo la visione di fondo che emerge dalla legge istitutiva.
Il primo elemento di criticità riguarda la possibilità che la riforma istituzionale possa realizzarsi, a regime, in un contesto di invarianza della spesa pubblica. Premesso che essa è attualmente allineata a quella media nazionale (tenuto conto della spesa aggregata di derivazione statale), salvo il migliore livello della spesa in conto capitale, e che non sarebbe quindi accettabile un appesantimento della stessa, appare evidente che l'obiettivo dell'invarianza pone almeno due ordini di problemi. Il primo riguarda la mobilità personale, nella duplice direzione (da Provincia e Comuni verso la Comunità) per la quale finora appare inadeguato il livello di concretizzazione con le organizzazioni sindacali, mentre si dimostra anche insufficiente la quantificazione della consistenza del personale che dovrebbe essere trasferito. Il secondo problema riguarda la politica immobiliare che deve agire in stretta connessione con gli esiti della mobilità, disponendo nel frattempo una pausa di riflessione che dovrebbe operare al triplice livello (Provincia - Comunità - Comuni) per evitare eccessi e duplicazioni.
Il secondo elemento di criticità riguarda le modalità per l'attuazione della riforma che dovrebbe caratterizzarsi per «una politica di molti atti successivi suggeriti dalla sperimentazione, mirati e coerenti tra loro, o un processo con margini di adattamento e di modifica nel quadro dei principi e nel contesto delle scelte di fondo» (cfr. Flavio Mengoni). La gradualità del processo, la concreta sperimentazione degli esiti concreti delle scelte fatte, il raccordo istituzionale ed operativo fra Giunta Provinciale e Consiglio delle Autonomie, la determinazione dei costi standard in un processo di evoluzione negativa delle risorse provinciali, richiedono una forte capacità di governo e di iniziativa politica mentre l'avvicinarsi delle elezioni (autunno 2013) tenderà inevitabilmente a stemperare alacrità di intervento e incidenza delle scelte.
Non va poi sottaciuta la circostanza che la pertinente collocazione delle competenze, a evitare incongruenze e sovrapposizioni, richiederà o attraverso lo strumento della delega o con legge ordinaria, di intervenire in tutti gli ambiti in cui esigenze di decentramento e diversificati livelli di programmazione richiedono un coerente quadro legislativo.
Il terzo elemento di criticità attiene al quesito se il Trentino disponga oggi di una classe dirigente idonea a reggere qualitativamente l'ampiezza del riordino istituzionale. Prevale l'impressione di un progressivo impoverimento, esaurita la spinta propositiva e la capacità di sintesi dei partiti storici, in un quadro di autoreferenzialità che tiene fuori il rigore della selezione. È un'impressione probabilmente fondata, se una vicenda di questi giorni segnala che è stata improduttiva la ricerca dei saggi.


Marco Giordani
Ex Presidente del Consiglio Provinciale

 

 

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Henry :

grandi popoli

20-05-2013 09:20
Ginolatino :

Leggo su l'adige e su altri quotidiani on-line che beppe_grillo al Papa: è un pò populista. Poi...

20-05-2013 09:17
Roy :

Ci hanno tassato per la siccità. Ora ci tasseranno per l'acqua alta. Non sarebbe più semplice...

20-05-2013 09:09
Stangata :

che,per una famiglia media,corrisponde all'IMU pagato!! L'abito troppo stretto,se lo tiri sopra,...

20-05-2013 09:05
alo :

Sei mesi li lavoro per pagar tasse, altri sei per pagar bollette. Schiavo dello stato.
Ma...

20-05-2013 09:01
 

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