DIMARO - Nella sua amarezza, il tono del sindaco di Dimaro Romedio Menghini è fermo. In sintonia con le argomentazioni espresse nei giorni scorsi dal sindaco di Dalmine, Claudia Maria Terzi , per protestare contro la programmazione su Sky del film su Renato Vallanzasca di lunedì scorso.
«Vallanzasca, gli angeli della morte», sarebbe dovuto andare in onda quella sera, nell'anniversario dell'uccisione di Renato Barborini (nato a Dimaro nel 1950, dove vivono la madre e i fratelli) e Luigi D'Andrea : i due agenti di polizia furono vittime, nel 1977 a Dalmine, di un conflitto a fuoco con la banda di Vallanzasca.
E lunedì scorso a Dalmine c'era anche Alberto, il fratello di Renato Barberini, che come ogni anno partecipa alla cerimonia di commemorazione che si tiene presso il monumento eretto vicino al casello dell'autostrada Milano-Venezia, teatro dell'uccisione.
Oltre che a Dalmine, nello stesso giorno i due agenti della Polstrada sono stati ricordati in Questura a Trento, in una cerimonia alla quale hanno presenziato i figli di Alberto.
Quella sera il film su Vallanzasca non è andato in onda: Sky ne ha procrastinato di 24 ore la visione in segno di rispetto per le vittime, precisando anche che la pellicola «non è il resoconto di come sono andati i fatti» ma un «film d'azione come lo sono centinaia di altre pellicole che hanno come protagonisti uomini e donne che hanno scelto il male, la violenza, la sopraffazione come stile di vita. Grazie al cielo nessuno di questi film ha mai modificato il confine reale tra cosa è giusto e cosa è sbagliato, un confine che risiede nelle leggi della società in cui viviamo ma ancora di più nell'etica di ciascuno di noi».
La lettera alla direzione di Sky di Romedio Menghini è del giorno dopo, il 7 febbraio, e con amarezza riferisce di «una famiglia e una comunità che si sente profondamente turbata e ferita».
«Non può immaginare il dolore che la data del 6 febbraio di ogni anno provoca in primo luogo alla famiglia dell'appuntato Renato Barborini, ucciso a Dalmine dal signor Vallanzasca - ha scritto il sindaco di Dimaro - e poi ad ognuno di noi di questo piccolo Comune di 1.200 abitanti che Renato lo abbiamo conosciuto e apprezzato. Forse, però, a livello di esempio e messaggio per le future generazioni - prosegue il sindaco nella sua lettera - sarebbe stato più costruttivo ed educativo evidenziare come chi ha subito il dolore sia riuscito ad andare avanti».
La vicenda, a Dimaro, ha riaperto la profonda ferita che era stata inferta alla famiglia Barborini quel 6 febbraio del 1977, quando la mamma di Renato sentì alla radio la notizia dell'uccisione di due poliziotti avvenuta a Dalmine.
«Mia madre - ricorda Alberto Barborini , che all'epoca aveva 14 anni - lavorava in un condominio di Folgarida quando sentì all'improvviso male alle gambe. Si fermò, bevve un caffè e udì la notizia, che fu data senza fare i nomi». Presagì però la tragedia, della quale ebbe conferma quando vide arrivare la Campagnola dei carabinieri. Sono trascorsi 35 anni da quel tragico giorno, ma il dolore sopravvive: incancellabile. F. T.



1 commento
Gentile signor Alberto, alla massa piace molto di più il soggetto spregiudicato e romanticamente avverso alle regole come il Vallanzasca, piuttosto che il servitore dello Stato anonimo e morigerato. Suo fratello non poteva magari vantare mille donne ai suoi piedi, o la sfrontatezza verso una società che cercava invece di difendere. Un film su di lui non incasserebbe nulla.